Vincere se stessi

Vincere sé stessi

L’articolo ha l’intenzione e lo scopo di chiarire quelle dinamiche mentali che ognuno di noi potrebbe incontrare ogni volta che viene messo sotto pressione da situazioni apparentemente stressanti

Proverò ad illustrare queste dinamiche prendendo come modello la finale di tennis degli US Open appena terminati.

Voglio subito premettere che le dinamiche che racconterò sono reali e dimostrate, mentre i fatti accaduti durante la finale sono, e possono essere, solo supposizioni.

Sono appena terminati gli US Open di tennis 2021, 141ª edizione. Per chi non fosse del settore, gli US Open sono il IV° e ultimo torneo del Grande Slam (dopo gli Australian Open, Roland Garros e Wimbledon). Il giocatore che si aggiudica nello stesso anno i quattro titoli compie l’impresa di vincere il “Grande Slam”.

L’ultimo giocatore ad aggiudicarsi le quattro prove nello stesso anno fu Rod Laver (unico a riuscirci due volte: da dilettante nel 1962 e in formula Open nel 1969).

Mentre nel femminile l’ultima giocatrice è stata la tedesca Steffi Graf (1988) (con la vittoria olimpica di Seul 1988 ottenne anche il Grande Slam d’Oro).

Tutto questo per dire che domenica, il 12 settembre ’21, Novak Djokovic, perdendo la finale contro il russo Medvedev, è arrivato a un passo dall’impresa di aggiudicarsi i quattro titoli dello Slam nello stesso anno. Il nostro interesse è di analizzare le possibili dinamiche psicologiche che potrebbero aver condizionato la performance di Djokovic.

COSA AVVIENE NELLA MENTE QUANDO SIAMO COSTRETTI A VINCERE

Il ragionamento che andremo a fare lo possiamo estendere, oltre che ai singoli atleti, quindi agli sport individuali, anche agli sport di squadra. 

Cosa avviene nella mente quando vinciamo e dobbiamo poi ripetere l’impresa? Succede che se non siamo sufficientemente preparati mentalmente potremmo soccombere allo stress

Sicuramente Novak è un atleta preparato alla gestione dello stress, ma possiamo anche supporre che il livello della pressione psicologica alla quale era sottoposto, questa volta, era veramente troppa. Anche per uno come lui. Possiamo quindi ipotizzare che il carico di responsabilità percepito durante l’intero torneo ha raggiunto il suo culmine il giorno della finale. In altre parole, troppo stress. Mantenere l’impegno preso, le aspettative che ad ogni vittoria diventavano sempre più realistiche, e vedendo il traguardo sempre più vicino e alla portata, hanno portato Novak a distribuire le sue energie su tutti questi aspetti di contorno, invece che a focalizzare le sue risorse unicamente nella partita finale.

COSA È LO STRESS?

Possiamo dire che lo stress è la misura che usiamo per quantificare lo squilibrio tra le sollecitazioni ricevute (stressors) e le personali capacità di fronteggiarle (coping). Stiamo parlando della sindrome generale di adattamento (SGA).

Per sfatare una falsa credenza dobbiamo sapere che lo stress non è del tutto negativo, anzi. Se si vogliono raggiungere dei risultati in qualsiasi ambito lavorativo, sociale o sportivo, ci si deve sottoporre a un carico di stress. Ci sono due forme di stress, uno positivo conosciuto come eustress e la sua accezione negativa: distress. Se si vuole raggiungere una certa performance sportiva, ci si deve allenare duramente e al contempo rispettare i tempi di recupero. Questo è il caso in cui ci si mette sotto uno stress positivo, cioè eustress. Se invece il carico di allenamento dovesse aumentare o dovessero diminuire i tempi di recupero, si andrebbe in distress, il nostro fisico non avrebbe più il tempo per recuperare e la prestazione calerebbe. Questo processo vale sia per gli impegni fisici che mentali.

Tornando a Novak, il giorno della finale gli potrebbe essere successo questo: egli avrà fatto le dovute valutazioni sulle richieste esterne e avrà confrontato queste con le personali risorse interne. Le richieste esterne, cioè gli stimoli (stressors), da fronteggiare erano: l’avversario, vincere la finale, vincere il 21° Grande Slam e diventare il giocatore più titolato nella storia del tennis, vincere i quattro titoli dello Slam nello stesso anno. Sull’altro piatto della bilancia c’erano le risorse personali necessarie per compiere tutto questo. Nel momento in cui avrà fatto questa comparazione la bilancia avrà dato un risultato: pendere da una parte o dall’altra o rimanere in equilibrio (finché qualcuno o qualcosa non rompa questo equilibrio). 

Cosa potrebbe essergli successo?

Possiamo ipotizzare questo: ha valutato l’importanza di ciò che stava avvenendo (stimolo) come molto o troppo importante e al contempo ha percepito le sue risorse non adeguate a fronteggiare l’impegno richiesto.

L’INGANNO DELLA NOSTRA MENTE “LO STRESS È UNA NOSTRA INVENZIONE

Lo stress è una nostra personale interpretazione cognitiva di ciò che stiamo vivendo. Come scrive Trabucchi in “Resisto dunque sono”: “è il modo in cui noi interpretiamo normalmente gli eventi, il modello che ci siamo costruiti del mondo. Si può vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: il bicchiere rimane sempre lo stesso, ma quelli che ricaviamo sono due modelli del mondo completamente opposti. La valutazione cognitiva determina la risposta comportamentale, emozionale e fisiologica degli eventi.”

Insomma, in altre parole l’esperienza vissuta da Novak poteva essere ben diversa. Sarebbe stato sufficiente cambiare il copione della scena (come in un film) e scegliere un’altra parte da interpretare. Facile a dirsi, ma nei fatti serve una consapevolezza di quale parte si sta interpretando in quel momento e saper poi scegliere quale recitare.

UN CONCETTO CHIAVE

Noi tutti non siamo stressati dagli eventi in sé (scrive Trabucchi), ma dalla nostra personale interpretazione che diamo ad essi.

Sono le nostre valutazioni cognitive, dovute a loro volta dai modelli del mondo che abbiamo sviluppato dalle esperienze vissute a renderci più o meno vulnerabili allo stress”. 

Sarà stato questo modo di interpretare l’evento a limitare la performance di Novak? Ovviamente noi non lo possiamo sapere, lo dovremmo chiedere a lui, possiamo solo supporre.

COME SI SCEGLIE LA PARTE CHE SI VUOLE INTERPRETARE?

Per essere padroni del nostro destino, o perlomeno per poterlo gestire, si deve saper scegliere la parte che vogliamo recitare. Per fare questo ci dobbiamo mettere nella condizione di possibilità e accettare l’idea costruttivista sul principio della “realtà”. Secondo questa teoria la realtà è una nostra “invenzione”. L’alternativa sarebbe che la realtà fosse una “scoperta”. Chi ha un approccio alla realtà come se essa fosse una “scoperta” avrà questa visione: è il mondo a essere la causa scatenante dell’esperienza. Gli eventi esistono indipendentemente da me. Gli eventi possono essere descritti in modo oggettivo e pertanto ci si sente deresponsabilizzati dagli eventi. Vi è una presunta oggettività nei confronti di ciò che succede. Ci si percepisce come osservatore. 

Chi ha questa visione tenderà a dire: “è così come te lo dico io”, “te l’ho riferito così com’è”.

Se accettiamo l’idea costruttivista sulla realtà vista come una nostra “invenzione”, la visione che noi avremmo sarebbe: è la mia esperienza la causa primaria della mia realtà (cioè è reale solo ciò che conosco). Partecipo attivamente alla costruzione degli eventi e gli eventi sono una mia costruzione soggettiva. In questo caso vi è un’alta responsabilità (cioè sono io responsabile della realtà, dovendola interpretare), una totale soggettività (se sono io che interpreto la realtà, essa può solo che essere soggettiva). Ci si percepisce come attore (sono colui che interpreta la propria realtà).

Chi ha questa visione tenderà a dire: “questo è ciò che io credo”, “te l’ho riferito come io l’ho interpretato”.

IL LATO POSITIVO

Se accettiamo l’idea costruttivista sulla realtà come una nostra invenzione, allora avremo il potere di interpretare diversamente ciò che ci sta accadendo e di portare a nostro vantaggio l’esperienza che stiamo vivendo. Come dicevamo prima: “Si può vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: il bicchiere rimane sempre lo stesso.”

“La mente è qualcosa che serva a pensare, non per preoccuparsi”

Anonimo

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