L’attenzione rallenta la reazione

L’attenzione rallenta la reazione” è una citazione del professore S. Buzzelli.

Buzzelli, professore di educazione fisica, ebbe un giorno un’intuizione che permise a lui e agli atleti coinvolti un cambiamento epocale. Si accorse che la prestazione di un atleta dipendeva molto dal carico attentivo della disciplina stessa, quindi in tutti quegli sport detti open skill come tennis, scherma, pugilato etc., dove l’azione viene preceduta da una scelta.

La scoperta avvenne facendo fare a un atleta tennista una prova di corsa a navetta dove egli avrebbe dovuto toccare tutti i target a terra, secondo una sequenza precisa e prestabilita, rispettando l’ordine di partenza che avveniva tramite un segnale “acustico” e una seconda prova dove la direzione dello spostamento era determinato sempre da un segnale esterno che poteva essere questa volta “visivo” o “acustico”, indicando in quale direzione l’atleta si sarebbe dovuto dirigere. Questa indeterminazione nella seconda prova rendeva l’atleta più lento. Cosa precisamente stava rallentando la sua performance? Era l’attenzione! Inoltre, si accorse di un altro aspetto importante che limitava la performance: il carico cognitivo.  

Il carico cognitivo dipende dal tipo di stimolo “S” emesso. La complessità dello stimolo determinerà il tempo “T” di risposta “R”.

Esempio pratico

Facciamo un esempio pratico. Il portiere che deve parare un rigore al rigorista dovrà saper leggere e interpretare i segnali o stimoli che il calciatore emetterà per eseguire l’azione. In generale i bravi battitori di rigori sanno che il portiere è bravo a leggere i segnali e quindi, come strategia per confondere il portiere, inseriscono segnali non veri, le cosiddette finte, così da ingannare il portiere. Il portiere a questo punto potrà decidere se tuffarsi da un lato, senza considerare i segnali, o aspettare fino all’ultimo finché non avrà tutti i dati per decidere da quale parte tuffarsi. Solo che il fattore tempo è determinante in una situazione del genere, decifrare il più velocemente possibile tutti i segnali è l’unica soluzione che ha il portiere per poter eseguire l’azione con successo. Quindi, più ci sono segnali da decifrare e più il carico cognitivo sarà alto e quindi il tempo per la scelta si allungherà.

Parliamo adesso dell’attenzione

Vedremo dopo come allenare il carico cognitivo. Parliamo adesso, invece, dell’attenzione. 

L’attenzione è la capacità di selezionare quegli stimoli utili alla realizzazione di un compito. Se siamo capaci di sostenere l’attenzione nel tempo, questo ci porterà ad essere concentrati nel compito.

L’attenzione può avere due dimensioni: “ampia” e “ristretta” e due direzioni: “interna” ed “esterna”.

Per capire meglio, l’esempio potrebbe essere questo: immagina di trovarti in un ambiente aperto, in una campagna, e davanti a te c’è un campo di grano. Se ti focalizzassi su quello che stai vedendo intorno a te, per esempio il colore del grano e la grandezza dell’intera coltivazione, la tua attenzione sarebbe esterna ed ampia. Spostando lo sguardo su un punto più vicino, magari una spiga che è davanti a te, l’attenzione sarebbe sempre esterna ma ristretta. Camminando sulla strada che attraversa la piantagione potresti sentire il tuo corpo spostarsi nello spazio, in questo caso l’attenzione sarebbe interna e ampia. Se invece la tua attenzione fosse rivolta al movimento dei tuoi piedi che compiono i passi, la tua attenzione sarebbe interna e ristretta.

Bene, proviamo ora a mettere tutto insieme. Quando ci troviamo davanti a una qualsiasi situazione di stimolo e risposta, i processi attentivi devono procedere secondo un certo ordine. Nel caso del portiere nell’atto di prepararsi a parare un calcio di rigore, la sequenza potrebbe essere: esterno/ampio (osservo il tiratore nella preparazione e nella rincorsa), esterno/ristretto (porto l’attenzione sul piede che sta calciando la palla) e infine interno, sulla cosa che devo fare. Potrebbe essere interno/ampio se ho deciso di ostacolare la palla con il corpo o interno/ristretto se invece ho deciso di raggiungere la palla con il pugno della mano destra.

A questo punto sappiamo come funziona la nostra attenzione, come i processi cognitivi dipendano dal numero di stimoli e la loro complessità.

Il SensoBuzz

Buzzelli ha creato il sistema per allenare e migliorare la velocità dei processi cognitivi e attentivi.

Il congegno si chiama “SensoBuzz”. Lo strumento “SensoBuzz” si caratterizza per emettere segnali di tipo visivo e acustico.

Il segnale può essere a stimolo semplice: solo il colore giallo.

Fino ad emettere tre messaggi contemporaneamente, stimolo complesso: colore (giallo), figura (rettangolo) e numero (7)

Tra un segnale e un altro intercorre un tempo proporzionato alla distanza da percorrere e alla complessità del compito da realizzare. 

(Consiglio, per una più facile comprensione, di vedere i video che troverai su questo sito.)

Nei test da me effettuati tramite biofeedback ho potuto misurare il livello di attivazione (arousal) prima e dopo il training di dieci minuti fatto con il Sensobuzz e ho potuto osservare un incremento dei seguenti dati: SDNN e LF. Questi due dati indicano la quantità di collaborazione dei due sistemi nervosi “simpatico” e “parasimpatico”. Dopo ogni training c’è sempre stato un incremento. 

Lo studio è iniziato da poco per dare conferme certe, ma i presupposti sembrano promettenti.

Avere valori più alti di SDNN e LF significa portare l’atleta verso un livello di attivazione ottimale.

Avere un livello ottimale di attivazione significa poter gestire meglio l’ansia, essere più lucidi, più attenti e quindi più reattivi.

Insomma, se sei un atleta di uno sport open skill, questo aspetto non va assolutamente trascurato. Spesso vedo fare allenamenti molto stressanti muscolarmente con risultati inadeguati all’impegno, questo perché a volte si allenano aspetti che già sono stati allenati, non sapendo, invece, di altri aspetti allenabili che sono stati trascurati, come le abilità attentive.

Vi racconto un episodio che spiega il nome dello strumento. Poco dopo un incontro in DaD, svolto da Salvatore Buzzelli dove ero presente come discente, mi chiama Salvatore stesso per salutarmi e chiedermi un parere su come fosse andato l’intervento. Gli rispondo che mi era piaciuto molto e che potevano essere utili degli approfondimenti da effettuare, magari, con biofeedback o neuro-feedback, ricevendo il suo sostegno.

Poi gli chiedo: “Salvatore, come mai questo strumento si chiama SensoBuzz?”. E lui: “Un giorno stavo lavorando in una classe con il mio strumento e nel mentre mi arriva una chiamata al cellulare, esco per rispondere e fuori trovo il preside che mi riprende chiedendomi se c’era qualcuno in aula e cosa stessero facendo gli allievi della classe. Io gli risposi che non c’era nessuno e che si stavano allenando. Lui, incredulo, volle entrare per verificare e trovò tutti gli studenti impegnati ad allenarsi da soli. 

Da quel momento lo strumento lo chiamai SensoBuzz, cioè Senza Buzzelli”.

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