Sconfitta

La cultura della sconfitta

Lo sapevi che per vincere bisogna saper perdere? Per questo esiste la cultura della sconfitta.

Il messaggio che si vuole trasmettere in questo articolo è che dietro a una difficoltà c’è sempre l’opportunità. Dobbiamo essere bravi a saperla riconoscere.

Buona lettura.

VINCERE NON È IMPORTANTE È L’UNICA COSA CHE CONTA

Per chi non fosse dell’ambiente calcistico “vincere non è importante è l’unica cosa che conta” è il motto della squadra di calcio della Torino bianconera. Leggendo questa frase mi sono sempre chiesto quale strategia usasse il team di G. Vercelli per cambiare la vision di una squadra che ha spesso vinto molto nelle mura domestiche e molto meno oltralpe. Quando glielo chiesi la risposta mi fu data con un ammiccante sorriso, come per dire: è il presupposto con cui ogni giorno ci dobbiamo confrontare (ovviamente questa è una mia interpretazione). Si, perché uno psicologo dello sport o chiunque altro che si occupi di performance sa benissimo che puntare alla vittoria è la peggiore tra le scelte da fare per poter vincere.

Perché non si deve puntare alla vittoria se vogliamo vincere

Nel definire un obiettivo, una delle caratteristiche che esso deve possedere è che esso deve dipendere da te. Come direbbero nell’oltre manica è un “must!”.

Se noi puntiamo alla vittoria, non sapremo mai quanto la vittoria o la sconfitta siano dipese da noi e quanto dai nostri avversari. Potrebbe succedere di gareggiare esprimendo la nostra migliore performance e perdere per il semplice motivo per cui i nostri avversari hanno performato meglio di noi e viceversa.

Puntare alla vittoria non è una scelta concreta

Altro aspetto del puntare alla vittoria è che non possiamo anche qui definire con certezza quale tecnica e quale tattica sarà migliore per poter vincere. Anche usando la migliore strategia i nostri avversari ne potrebbero elaborare una migliore della nostra, neutralizzando i nostri intenti e vedere i loro realizzarsi. È una delle principali dinamiche sportive in ogni disciplina. Vediamo allenatori consigliare, richiamare, modificare le scelte tattiche iniziali, sostituire i componenti della squadra, con la speranza che possa succedere il cambiamento sperato. A volte succede altre no e quando succede ci viene il perenne dubbio: siamo stati più bravi noi o meno loro?

La cultura della sconfitta, perché?

Cosa si intende per cultura della sconfitta? Essa ci insegna che per vincere non serve necessariamente fare meglio del nostro avversario, anzi, essa ci insegna nel misurarci ed a confrontarci con noi stessi. Il confronto con noi stessi ci porta diversi vantaggi per il miglioramento. Uno dei primi effetti che si potrebbe percepire è quel senso di ansia che molti atleti provano prima o durante la pratica sportiva come se per magia svanisse.

Vuoi sapere il perché essa svanisce? La risposta è semplice e probabilmente già ci sarai arrivato anche tu. La risposta è stata già data in qualche modo ad inizio articolo. Il motivo è: il risultato dipende da te! Quindi è controllabile. Ci mettono paura o in ansia quelle situazioni su cui non abbiamo il controllo, per esempio, il fare meglio del nostro avversario. Ci possiamo provare, anzi ci dobbiamo provare, ma non dipende da noi. Al contrario, avere uno obiettivo che dipenda unicamente da noi come, ad esempio, correre i 100 m cercando di uguagliare il nostro miglior tempo, è un obiettivo che potremmo trovare eccitante, stimolante che attiva quel senso di potere e di controllo su ciò che si vuole realizzare.

Meno stress

Lo stress è una nostra particolare interpretazione cognitiva di poter realizzare o no un determinato compito richiesto. La richiesta di vittoria la possiamo identificare nello stimolo (stressor), dove noi siamo gli stressed, cioè il mezzo con cui si dovrà compiere l’azione richiesta. Se questo (lo stimolo) viene percepito come realizzabile, quindi sotto il nostro controllo, come ad esempio confrontarci con qualcuno molto meno prestativo di noi, lo potremmo definire come situazione di eustress, cioè una condizione positiva.

Me se lo stesso avversario ci capitasse in un momento particolare della stagione dove ci potremmo trovare a fronteggiare altri imperativi, come per esempio: non si deve perdere la classifica, non si deve perdere questa partita, incontro etc…, quale sarebbe a questo punto la percezione di stress? Sicuramente diversa! Se poi ad ogni incontro ci fosse questa continua percezione di pressione psicologica, ci troveremmo in una situazione di carico psicofisico troppo alto da sostenere per così tanto tempo, cioè inizieremmo a percepire le richieste non più adeguate alle nostre personali capacità di risposta. Quando arriviamo a toccare questo punto, vuol dire che ci troviamo nella condizione di distress. Avere obiettivi di risultato può creare quelle condizioni di distress. È stato dimostrato che se veniamo sottoposti a carichi di stress elevati, quindi percepiti come non realizzabili, per un periodo superiore ai 28 gg, la condizione iniziale di stress da acuto tenderà a trasformarsi in stress cronico.  Ecco il motivo per cui molti sportivi che iniziano l’attività agonistica, poi finiscono con abbandonare l’impegno, ad un certo punto percepiscono di non avere più le risorse per fronteggiare le richieste.

Quindi la scelta è di avere un obiettivo di prestazione e non di risultato, pensare alla prestazione ci stressa molto meno e ci mette nelle condizioni di voler fare sempre meglio.

Usare la cultura della sconfitta per vincere

Spesso nello sport professionistico, dove oltre alle prestazioni sportive ci sono gli interessi economici che vanno ben oltre i nostri nobili presupposti iniziali, si devono fare i conti con direttori sportivi, tecnici, allenatori, dirigenti e presidenti che vogliono far quadrare il bilancio. In quel caso l’interesse primario di tutti gli addetti è unicamente la vittoria. Purtroppo, sono le regole del mercato. Cosa fare in quel caso?  Dobbiamo negare tutto quello che abbiamo detto fin qui? Certo che no! Si deve mantenere lo stesso approccio per arrivare dove vogliamo. Il lavoro da fare è questo: capire qual è la soglia minima che ci potrebbe garantire il successo, per esempio, nel caso del centometrista che vuole vincere la medaglia d’oro ai prossimi mondiali, la strategia potrebbe essere: sa che per vincere serve correre i 100 m in 9,58 sec. Poi, dovrà misurare quali sono le sue capacità di corsa attuali, per esempio sappiamo che egli è capace di percorre lo spazio dei 100 m in 9,70. Dopodiché, programmare gli obiettivi di miglioramento, cioè cercherà di avvicinarsi sempre di più al tempo di 9,58, finché non lo vedrà raggiunto. Una volta raggiunto il tempo di 9,58 sec. sarà pronto per competere per vincere il titolo. L’atleta deve stare solo attento a non cadere nell’inganno di sfidare gli altri avversari ma di rimanere concentrato su sé stesso, cioè al raggiungimento del suo tempo ottimale.

Ovviamente c’è sempre la possibilità che qualcuno possa fare meglio di noi, siamo parlando di sport, dove si può puntare ad arrivare alla fine della corsa, fare un buon piazzamento o entrare in quella rosa di prendenti alla vittoria. 

Niente più sconfitte

A questo punto possiamo rivedere con occhio diverso il famoso motto juventino: “vincere non è importante è l’unica cosa che conta”. Sì, hanno perfettamente ragione è l’unica cosa che conta, il trucco è nell’interpretarne il significato. Penso a tutti quei genitori, tecnici, allenatori che rimproverano il loro figli o atleti per avere perso, o quando per sdrammatizzare dicono: “non fa niente, non ci pensare”.  In entrambi i casi l’esperienza vissuta dall’atleta sarebbe: delusione di non esserci riusciti e di non avere avuto modo di apprendere da quella esperienza. Ricordate ad inizio articolo? “Dietro a una difficoltà c’è sempre l’opportunità”.

Soffermarci sul risultato sarebbe un pessimo errore, direi da dilettanti, mentre osservare la nostra prestazione, specie se si è perso è il migliore punto di partenza per fare meglio la prossima volta.

La sconfitta non esiste, esiste il feedback”, intendendo che il risultato è solo la risposta di ritorno a una nostra scelta e niente più, questo secondo la programmazione neuro linguistica (PNL).

È di gran lunga più importante la valutazione che io do delle mie capacità,

rispetto a quella espressa dal selezionatore.”

Stuart Barnes

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