Gestire la propria motivazione

Gestire la propria motivazione

È sempre più comune, nell’ambito sportivo e non solo, sentire parlare di motivazione. Se ne discute in tv, nelle rubriche sportive con giornalisti e campioni di ogni disciplina o nei centri sportivi da parte di allenatori, atleti e genitori.

In più di 40 aa di attività sportiva (ahimè ne ho 52 ora) tra periodo agonistico e di formatore, nel valutare un atleta si è fatta sempre una profonda distinzione tra chi fosse motivato e chi meno.

Ma quanto è bravo Peppe, certo se avesse più voglia non sarebbe sicuramente qui!”.

A volte sembra che quelli più bravi siano anche meno motivati di quelli con meno talento che però sono lì a lottare per la vittoria finale (troveremo insieme la risposta su quest’ultima impressione).

Chi motiva chi?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su come si distingue la motivazione e da cosa e da chi dipende questo innesco.

Intanto possiamo dividere la motivazione in intrinseca (interna) ed estrinseca (esterna).

Questa prima distinzione riflette il fatto che un atleta è motivato a raggiungere il suo scopo per ragioni dipendenti da spinte interne o esterne.

Motivazione intrinseca

Secondo Deci (Deci e Ryan 1991) “la motivazione intrinseca esiste perché vi sono condotte intrinsecamente motivate che assolvono una funzione eminentemente privata di riconoscimento di sé e di autodeterminazione (self-determination), di espansione e di verifica delle proprie capacità ed emozioni”. Alla base di queste condotte vi è la spinta del desiderio (innato) di sentirsi competenti e di percepirsi autonomi senza vincolo di pressioni esterne.

Motivazione estrinseca

La motivazione estrinseca avviene quando una persona si impegna in un’attività per scopi che sono estrinseci all’attività stessa quali, ad esempio, ricevere lodi, riconoscimenti, buoni voti o per evitare situazioni spiacevoli quali derisioni, punizioni o brutte figure

Per motivazione estrinseca si intende quella spinta che arriva da motivi esterni e quindi il comportamento è generato da una ricompensa o riconoscimento.

Attenzione al motivatore che demotiva

Diversamente dalle motivazioni estrinseche, regolate dall’anticipazione dei vantaggi o degli svantaggi, nelle motivazioni intrinseche il rinforzo esterno svolge in alcune circostanze un effetto opposto a quello desiderato, riducendo l’attrattiva per l’attività. Il rinforzo o la ricompensa per le attività intrinsecamente motivate sono suscettibili ad essere interpretati da parte del soggetto come eventi esterni che mirano al controllo del proprio comportamento e, in quanto tali, possono modificare la percezione di causalità (da interna a esterna), compromettendo l’impegno e l’interesse. In assenza di rinforzo, invece, ci si percepisce causa e origine dei propri comportamenti, liberi e autonomi nelle proprie scelte, competenti in ciò che si fa. (Deci e Ryan 1985, 1991). 

Quindi attenzione al motivatore se abbiamo, o siamo, atleti motivati internamente. Si possono raccontare molti casi con questo tipo di innesco. Per esempio, quanti genitori accompagnano e seguono i loro figli anticipando loro qualsiasi necessità e bisogno mentre dall’altra parte vediamo un atleta spento, quasi demotivato? Il motivo è proprio questo. Seguendo alcuni atleti giovani di interesse nazionale nella disciplina equestre, mi resi conto della loro voglia e di quanto fossero motivati a raggiungere l’obiettivo minimo per entrare a far parte di un corpo militare. Fino al giorno prima di entrare in questo corpo tali atleti erano capaci di tirare fuori il massimo da sé stessi. Tuttavia, una volta dentro l’arma con tempo a disposizione per allenarsi, uno stipendio che gli garantisse una vita indipendente, tecnici e strutture adatte per raggiungere i migliori risultati, a questo punto l’atleta non aveva più la stessa spinta motivazionale. Le sue doti non dipendevano più solo da lui stesso, il motivo erano le ricompense o riconoscimenti esterni.

Il motivatore che ti carica

L’apprezzamento esterno è importante quando certifica competenze. In tal caso è la componente informativa, più di quella valutativa, che ha un potere motivante, specialmente quando la persona si mette direttamente alla prova ed è in gara con sé stessa.

Chi deve essere motivato e chi no?

Inizialmente, come tecnico della Federazione Italiana Tennis, cercavo quegli atleti che ritenevo intrinsecamente motivati. Poi, durante i miei studi, capii che a pari dei primi anche gli atleti estrinsecamente motivati avevano le stesse possibilità di successo. 

Si trattava di analizzare l’attribuzione di causalità (locus of control) che l’atleta dava agli eventi di cui faceva esperienza. L’attribuzione di causalità può essere interna o esterna. Facciamo un esempio. L’atleta che perde (o che vince) un incontro e attribuisce la propria sconfitta ad eventi interni pensa in questo modo: “ho perso perché mi sono allenato troppo poco”, “tecnicamente devo migliorare …………. per competere a questo livello”. Egli attribuisce il motivo della sua sconfitta a sé stesso. 

Chi invece attribuisce la propria sconfitta ad eventi esterni potrà avere questo tipo di pensieri: “ho perso perché non mi hanno allenato sufficientemente”, “il mio tecnico non ha saputo insegnarmi quel determinato gesto”, non è mai lui la causa del successo o dell’insuccesso. 

Cosa fare quando si ha un atleta auto-motivato o uno che vuole essere motivato?

Come ho spiegato prima, con l’atleta che ha una motivazione intrinseca bisogna evitare la motivazione in modo tale da non spegnere le sue personali risorse. Quindi consiglio di evitare le valutazioni e incrementare l’aspetto informativo. Con chi ha una motivazione estrinseca, invece, consiglio di esaltare le competenze dell’atleta ed invitarlo a fare un’autovalutazione delle proprie capacità.

Cosa fare per mantenere le motivazioni sempre alte?

Il lavoro che un atleta deve assolutamente fare è il “Goal-Setting”. Quando si parla di un contesto sportivo o lavorativo una cosa fondamentale per poter raggiungere il successo è un’adeguata strategia di goal setting, ovvero di definizione degli obiettivi. 

Un obiettivo, infatti, per essere efficace, deve seguire una serie di regole che possono permettere all’individuo di mantenere alta la motivazione nel cercare di raggiungerlo. Una buona strategia di goal setting, quindi, serve per provare a definire quali sono i risultati che bisogna cercare di raggiungere e mantenere alte le motivazioni iniziali.

Un consiglio per chi non ha più motivazioni?

Devo dire onestamente che questo è stato (per me) uno degli aspetti più difficili da risolvere.

Quando mi trovo un atleta in questa situazione, cioè demotivato, cerco di percorrere con lui due strade. La prima è provare a stabilire nuovi obiettivi e farglieli percepire come eccitanti. Il secondo percorso sarà di riportarlo con la mente indietro nel tempo e cercare di fargli rivivere quelle emozioni che provava nell’allenarsi e nel partecipare a quella competizione. È un lavoro che può essere lungo, ma credo l’unico da percorrere per raggiungere un certo risultato. 

Concludendo

Possiamo affermare che le motivazioni nascono dal bisogno di assecondare le nostre emozioni, il gioco, il divertimento e l’agonismo. Le motivazioni possono essere di origine interna o esterna. Sappiamo come le motivazioni possono essere governate e da chi, sia le intrinseche che le estrinseche.

Credo sia cosa importante sapere come poterle generare e mantenere, questo si ottiene tramite lo strumento del goal setting.

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